Negli ultimi anni Yuka ha cambiato il modo in cui molte persone comprano i cosmetici. Si inquadra il codice a barre, esce un numero, un colore, un giudizio. Semplice, immediato, gratuito. E soprattutto: ha avuto il merito enorme di far girare le etichette ai prodotti, cosa che prima non faceva quasi nessuno.
Detto questo, va detto anche il resto. Un punteggio è una sintesi, e ogni sintesi lascia fuori qualcosa. Quello che Yuka lascia fuori, nel caso dei cosmetici, non è un dettaglio: è la formula. Il modo in cui gli ingredienti stanno insieme, in che quantità, in che ordine, dentro che tipo di prodotto.
Nell’articolo di oggi vediamo cosa misura l’app, cosa non misura, e perché un sapone artigianale con otto ingredienti può prendere un voto più basso di un bagnoschiuma industriale con quaranta.
Come funziona davvero il punteggio di Yuka
Il meccanismo è più semplice di quanto sembri. L’app legge l’INCI, cioè la lista degli ingredienti, e valuta ogni singola voce separatamente, assegnandole un livello di rischio sulla base degli studi e delle classificazioni disponibili: nessun rischio, rischio limitato, rischio moderato, rischio alto.
Il punteggio finale, però, non è una media. È l’ingrediente peggiore a fissare il tetto. Se in formula compare un ingrediente classificato a rischio alto, il prodotto finisce automaticamente in fascia rossa; se il peggiore è a rischio moderato, il punteggio resta comunque sotto la metà. Solo quando tutte le voci sono a rischio limitato o nullo si parte dall’alto, e da lì si scende con penalità che si sommano voce per voce.
In pratica: è una catena di giudizi su singole molecole, non una valutazione del prodotto finito. Un solo ingrediente può decidere il colore di tutta l’etichetta.
È un metodo trasparente e coerente con sé stesso, ed è anche l’unico realisticamente applicabile su milioni di prodotti in modo automatico. Ma porta con sé tre conseguenze precise, che è utile conoscere.
Limite 1: un ingrediente non è una formula
Un cosmetico non è una lista della spesa. È un sistema in cui le materie prime interagiscono tra loro.
Lo stesso tensioattivo può risultare più o meno delicato a seconda di come viene dosato, di cosa gli sta accanto, del pH del prodotto e della presenza di burri, oli o attivi che ne modificano il comportamento. Un conservante che sulla carta fa alzare un sopracciglio può essere proprio l’ingrediente che impedisce a quel prodotto di diventare un terreno di coltura per muffe e batteri.
Due prodotti con INCI quasi identici possono comportarsi in modo diverso. È il motivo per cui, quando abbiamo raccontato come scegliamo i tensioattivi dei nostri shampoo solidi, non abbiamo parlato solo del nome della molecola ma anche di cosa le sta intorno nella formula.
Un’analisi ingrediente per ingrediente, per costruzione, questa parte non può vederla. Non è necessariamente un difetto dell’app: è il limite del metodo.
Limite 2: la posizione nell’INCI e la concentrazione non entrano nel calcolo
Questo è il punto più importante, ed è dichiarato apertamente da Yuka stessa: l’app non tiene conto della quantità di ciascun ingrediente.
Le motivazioni che porta sono legittime: i produttori non dichiarano quasi mai le percentuali, alcune sostanze possono essere problematiche anche a dosi minime, e c’è il tema dell’esposizione cumulativa fra tanti prodotti diversi. Sono argomenti seri e non li liquidiamo.
Ma la conseguenza pratica resta. L’INCI non è un elenco casuale: è ordinato per concentrazione decrescente fino all’1%. Sotto quella soglia gli ingredienti possono essere elencati in ordine libero. La posizione in lista è quindi l’unico indizio pubblico che abbiamo sulle quantità reali.
Un ingrediente al secondo posto e lo stesso ingrediente al ventitreesimo posto sono due cose diverse. Il primo contribuisce in modo importante alla formula, il secondo può essere presente in quantità molto piccole. Per un’analisi che ignora le quantità, invece, il contesto si perde.
C’è poi un secondo effetto collaterale: INCI più lunghi hanno più probabilità di contenere una voce presente nelle liste di attenzione. Questo può favorire formule minimali ma banali rispetto a formule ricche di oli, burri ed estratti vegetali, che allungano l’INCI proprio perché contengono più materie prime.
Aggiungiamo un’altra variabile che sfugge facilmente: un prodotto da risciacquo e un prodotto che resta sulla pelle non sono la stessa cosa. Un sapone viene risciacquato dopo poco; una crema resta sulla pelle per molto più tempo. La valutazione per ingrediente non racconta completamente questa differenza.
Limite 3: gli oli essenziali pagano un prezzo che spesso non meritano
Qui arriviamo al punto che ci riguarda più da vicino, e va spiegato bene perché è controintuitivo.
La normativa europea impone di dichiarare in etichetta una lista di sostanze profumanti potenzialmente allergizzanti: limonene, linalolo, geraniolo, citrale, eugenolo, citronellolo e altre. Erano 26, e con il Regolamento (UE) 2023/1545 sono diventate oltre ottanta.
Ecco il punto: queste molecole non sono necessariamente additivi aggiunti alla formula. Sono componenti naturali degli oli essenziali stessi. Il limonene è presente, per esempio, negli agrumi. Il linalolo nella lavanda. Chi li dichiara lo fa perché la legge lo impone e perché sta lavorando in modo trasparente.
Risultato: un prodotto profumato con oli essenziali veri espone in etichetta i propri allergeni e può essere penalizzato per questo. Un prodotto profumato con una miscela sintetica può invece comparire semplicemente come “Parfum”, senza che tutte le singole molecole profumanti siano riportate in etichetta. Chi è più trasparente può quindi ritrovarsi con un punteggio peggiore.
E c’è un’aritmetica che rende la cosa ancora più netta. Un solo olio essenziale di agrumi può portare con sé limonene, citrale e geraniolo: tre voci separate nell’INCI, ciascuna potenzialmente penalizzata, per un unico ingrediente. Una fragranza sintetica di pari complessità può risolversi in una riga sola. Non è che il prodotto naturale contenga più sostanze a rischio: è che le scrive tutte.
Le soglie, poi, sono basse per progetto: la dichiarazione diventa obbligatoria a partire da 0,001% nei prodotti che restano sulla pelle e 0,01% in quelli da risciacquo, e per i prodotti immessi sul mercato dal 31 luglio 2026 l’elenco lungo è pienamente in vigore. Basta un dosaggio di un millesimo perché l’allergene compaia in etichetta, ed è da lì che entra nel conteggio dell’app.
Ne abbiamo parlato più a fondo nell’articolo dedicato al profumo nei cosmetici, e il caso del Lilial mostra bene cosa può nascondersi dietro una dicitura generica.
E c’è un secondo aspetto, ancora meno considerato: gli oli essenziali non sono lì solo per fare odore. In cosmetica non è consentito attribuire effetti terapeutici a un prodotto, e noi non lo facciamo. Alcune di queste materie prime, però, presentano attività biologiche documentate e possono avere un ruolo nella formulazione cosmetica.
Un olio essenziale ben dosato dentro una formula pensata può quindi contribuire all’esperienza del prodotto oltre alla profumazione. Nell’analisi per singolo ingrediente questa differenza di funzione non viene realmente raccontata: rimane la singola voce dell’INCI e il relativo livello di attenzione.
Attenzione, e qui siamo netti: non stiamo dicendo che gli oli essenziali siano innocui. Sono sostanze concentrate, possono sensibilizzare, non vanno usati puri sulla pelle e non sono adatti a tutti. Chi ha una pelle molto reattiva o un’allergia accertata fa bene a evitarli, e per quella persona la segnalazione di Yuka può essere utile.
Il problema non è quindi il segnale: è che il segnale, da solo, non racconta tutta la situazione.
Come usare Yuka in modo intelligente
Il nostro consiglio non è di cancellare l’app. È di usarla per quello che sa fare davvero:
- Usala come filtro, non come verdetto. È utile per intercettare rapidamente le famiglie di ingredienti che hai deciso di evitare.
- Guarda dove sta l’ingrediente segnalato nell’INCI. Se è nelle ultime posizioni, può essere presente in quantità molto basse. Il contesto cambia.
- Chiediti che tipo di prodotto è. Da risciacquo o da lasciare sulla pelle? Su quale zona? Con che frequenza?
- Diffida dei 100/100 automatici. Un punteggio pieno indica che nessun ingrediente è finito in una lista di attenzione. Non dice che il prodotto funziona, né che sia necessariamente adatto a te.
- Verifica sulla tua pelle, nel tempo. L’esperienza reale conta più di qualsiasi numero.
- Guarda chi c’è dietro la formula. Un marchio che spiega perché ha scelto un ingrediente è più interessante di un marchio che ha semplicemente un buon voto.
Il nostro punto di vista
Noi non costruiamo le formule per compiacere un algoritmo. Le costruiamo pensando alla pelle e all’uso reale del prodotto.
I nostri prodotti hanno INCI corti, ingredienti riconoscibili, zero petrolati, zero siliconi, zero fragranze sintetiche. Sono profumati con oli essenziali, estratti e spezie dosati in laboratorio, in concentrazioni calibrate sull’uso del prodotto. Dichiariamo in etichetta ogni allergene che la legge richiede di dichiarare, anche quando sappiamo che questo può costarci qualche punto in una scansione.
Lo facciamo perché la trasparenza, per noi, non è un claim da mettere in homepage: è il modo in cui lavoriamo. E preferiamo un cliente che capisce cosa si sta mettendo addosso a un cliente convinto da un numero verde.
In sintesi
Yuka è uno strumento utile e ha fatto un lavoro culturale importante. Ma è un’analisi di ingredienti, non una valutazione completa della formula. Non pesa le concentrazioni, non interpreta pienamente la posizione nell’INCI, non vede come le materie prime interagiscono tra loro e può penalizzare chi profuma con oli essenziali naturali rispetto a chi utilizza una profumazione dichiarata genericamente come “Parfum”.
Sapere questo non serve a difendere nessuno. Serve a fare quello che conta: passare da “che voto ha preso?” a “cosa c’è dentro, in che quantità, e ha senso per la mia pelle?”.
La seconda domanda è più scomoda. È anche quella più utile.
Se vuoi vedere concretamente cosa intendiamo per INCI corto e ingredienti veri, le liste complete dei nostri saponi artigianali, shampoo solidi e prodotti viso sono pubblicate per intero su ogni scheda prodotto. Nessuna voce nascosta, nessun “Parfum” generico. Solo cose che puoi leggere e capire.
FAQ
Yuka è affidabile per valutare i cosmetici?
Yuka può essere utile per leggere rapidamente un INCI e individuare alcuni ingredienti considerati problematici. Non va però interpretata come una valutazione completa del prodotto. Il punteggio riguarda i singoli ingredienti e non tiene pienamente conto della formula nel suo insieme, delle concentrazioni e del modo in cui il prodotto viene utilizzato.
Perché Yuka può penalizzare un prodotto con oli essenziali?
Gli oli essenziali contengono naturalmente alcune sostanze che la normativa richiede di dichiarare come allergeni, tra cui limonene e linalolo. Queste voci possono quindi comparire nell’INCI e contribuire alla valutazione dell’app. La loro presenza, però, non significa automaticamente che il prodotto sia pericoloso o che l’olio essenziale sia stato aggiunto come sostanza sintetica. Conta anche la concentrazione e il contesto della formula.
Un punteggio Yuka basso significa che un cosmetico fa male?
No. Un punteggio basso non equivale automaticamente a un prodotto dannoso, così come un 100/100 non significa che quel cosmetico sia necessariamente il migliore per la tua pelle. Il punteggio va letto insieme all’INCI, al tipo di prodotto, alla modalità d’uso e alle proprie esigenze.
Come posso leggere un cosmetico senza affidarmi solo a Yuka?
Puoi partire dall’INCI e controllare quali ingredienti sono presenti e dove compaiono nella lista. Poi considera se si tratta di un prodotto da risciacquo o da lasciare sulla pelle, con quale frequenza lo utilizzi e quali ingredienti vuoi eventualmente evitare. Yuka può essere un primo filtro; capire cosa stai comprando richiede qualche informazione in più.

